Il gregario, ovvero sull’essere soli stando in compagnia, e sentirsi tutto sommato felici

Questo weekend sono andato a vedere un concerto di una cantante che conosco e che mi piace. Ultimamente cerco di vedere piu’ concerti possibile, se non altro per riacquistare la sensibilita’ musicale che avevo un tempo e che ora mi serve come l’aria. Dopo il concerto, tra una chiacchiera e l’altra, lei mi confessa che le piacerebbe fare cover di un sacco di cantanti famose, di cui pure io apprezzo molto la musica. WOW, penso, sarebbe davvero bello suonare la musica che piu’ ci comunica qualcosa, e condividerla con altri. Anche a me, da bassista, piacerebbe. Su questo pensiero mi si adagia la mente per tutto il weekend, fino a oggi. Il lunedi’ e’ tipicamente il giorno in cui le cose pensate nel weekend prendono una botta forte, di lato, e spesso si incrinano. Ma perche’ io, da bassista, dovrei essere contento di fare canzoni nelle quali e’ la voce a trasmettere le maggiori sensazioni? Altra partenza per la tangente! Maledette tangenti, non sai mai se partono verso l’esterno, pindaricamente, o verso l’interno, per colpire il nervo nascosto. Comunque, ecco quello che ne ho ricavato.

Io sono un gregario, e sono tutto sommato felice di esserlo. Ogni volta che penso a questa cosa un pezzo dopo l’altro della mia vita ne viene inquadrato, avvolto. Va tutto al suo posto, con questa definizione. La musica, ad esempio. Alla fine ogni strumento e’ un vestito che ci si sceglie di mettere addosso, piu’ o meno consapevolmente, e la vetrina nella quale si vede il capo e’ la musica che si ascolta. Ogni strumento si adatta meglio al modo di comunicare, e non sorprende il fatto che praticamente tutta la musica piu’ coinvolgente verte soprattutto su cantanti, tastieristi e chitarristi d’eccezione. C’e’ poco da dire, il pubblico le fruisce meglio. Cosi’ chi intraprende questi strumenti ha una maggiore possibilita’ di comunicare le sensazioni di un misero bassista. Tutti farebbero la fila e sarebbero lieti di pagare un biglietto per avere in cambio una linea vocale eseguita bene o un assolo emotivamente coinvolgente. Io invece non avro’ mai questa fortuna. Non solo perche’ personalmente le canzoni con solo assoli ipercomplicati di basso mi fanno cagare, ma anche e soprattutto perche’ le canzoni in cui tu, bassista, puoi dire qualcosa, o colpiscono poco al cuore il pubblico, o sono in realta’ dominate dagli altri strumenti. E allora che motivazione c’e’ ad essere bassisti, a cacciarsi in un frame in cui tu non sei e sarai mai al centro dello schema?

Un altro esempio e’ lo sport. Ormai da sempre gioco in porta, a pallamano da agonista e a calcio da amatoriale. Quello del portiere e’ un ruolo monco. Non puoi far vincere la tua squadra, il tuo scopo e’ solo quello di non farla perdere. Uno scontro in cui i portieri giocano partite eccezionali finisce zero a zero, e alla fine del campionato i Palloni d’Oro sono sempre vinti dall’attaccante. Nessuno giochera’ per farti fare piu’ parate, ma dovrai sempre essere tu bravo a sventare le azioni altrui e lanciare l’attaccante nella porta avversaria. Ancora l’indole del gregario. E dopo aver pensato questo, ecco che mi si rincorrono nella mente mille altri aneddoti. Mi piace fare da master nei giochi di ruolo e di comitato. Mi offro volontario per lavare i piatti il giorno dopo capodanno. Mi sta bene restare tutta la notte in laboratorio a pulire il campione. Potrei andare avanti parecchio, e – cosa importante – in nessuno di questi casi mi sono mai pentito della scelta. Il perche’ e’ presto detto.

Il punto e’ che un gregario gode nell’essere tale, perche’ la felicita’ del leader e’ troppo plateale per soddisfarlo. Io sono felice quando suono pezzi nei quali gli altri strumenti risaltano, c’e’ poco da fare. Ma non per altruismo, per paura della leadership o perche’ mi crogiolo con pensieri tipo “senza di me questo non sarebbe stato possibile”. E’ piu’ una questione di accorgersi del nascosto. Il gregario sta attento ai dettagli che gli altri non colgono, e’ quello il suo lavoro, e piu’ c’e’ in giro gente che non coglie, meglio e’. Tante volte dopo i concerti la gente mi ha fatto i complimenti per come suono, e dentro di me ho sempre pensato che in realta’ anche coloro che si congratulano abbiano capito meno della meta’ del lavoro che ho fatto. Tante volte mi dicono che ho giocato bene, e dentro di me penso che mi ricordano solo per l’episodio difficile, e non per le parate facili o per il rilancio fatto bene. E’ il lavoro in se’ che e’ gratificante, ben piu’ del riconoscimento sociale successivo. Trovo che sia una gioia molto piu’ personale, intima, e di pari dignita’. Un qualcosa che resiste alla fama del momento, al successo del singolo evento, che non dipende dall’umore altrui. Ti spinge il piacere del nascosto, del fare il lavoro di fino quando tutti lo interpretano come grossolano, ma efficace. E’ come mantenere un segreto, ed agire in coerenza con esso senza farti scoprire. Perche’ in fondo non menti, quando dici agli altri che ti piacerebbe suonare canzoni di cantanti famose. Puoi tornare a casa soddisfatto, per un motivo in piu’ che gli altri non potranno mai conoscere.

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